La settimana dell’Alta Moda parigina (7–10 luglio 2025) si è rivelata un elegante spartiacque: tra grandi addii, debutti significativi e una moda che sembra voler tornare all’essenza, pur restando profondamente teatrale.
Schiaparelli ha aperto le danze con una collezione che sembra uscita da un sogno lucido: Daniel Roseberry ha proposto silhouette scolpite, dettagli ottici, eclettismo d’autore.
Nel suo universo parallelo, Iris Van Herpen ha immerso il pubblico in un oceano bio-luminescente: abiti che sembrano liquidi, materiali sostenibili e tecnologie organiche che sfiorano la scultura.
In un momento in cui molti gridano per essere ascoltati, Giorgio Armani Privé ha scelto un tono sussurrato ma deciso. La collezione era un viaggio notturno tra seta liquida, ricami discreti e una palette di neri e grigi lunari. Più che abiti, vibrazioni. Un’idea di grazia classica, fatta per donne che non hanno bisogno di ostentare.

Schiaparelli, Iris Van Herpen, Giorgio Armani Privé
Stéphane Rolland ha invece puntato su un minimalismo spaziale: grandi volumi levigati, tulle architettonico e una palette eterea. Meno “moda da red carpet”, più scultura in movimento.
Giambattista Valli, invece, ha portato la sua consueta opulenza romantica su nuovi binari: tulle esplosivo, ruches monumentali, ma anche tocchi più asciutti e sofisticati. Una collezione che alterna monumentalità e leggerezza, tra dolcezza e potenza visiva. Il tutto, naturalmente, con il glamour da jet-set che lo contraddistingue.

Stéphane Rolland, Giambattista Valli
Molti designer sembrano aver scelto di parlare attraverso codici riconoscibili: Chanel ha riportato in passerella un’estetica campestre e borghese, tra tweed rustico e spighe d’oro, collezione disegnata ancora dal team creativo in attesa dell’insediamento a pieno titolo di Matthieu Blazy.
Elie Saab ha celebrato l’archetipo della dea, Rahul Mishra ha ridisegnato il romanticismo con la precisione dell’artigianato indiano, mentre Balenciaga ha chiuso un ciclo. Demna ha salutato la maison con una sfilata simbolica nell’appartamento storico di Cristóbal Balenciaga. È stato più un rito che una collezione: puffer couture, corsetti rigidi e tanta introspezione. Il passaggio di testimone a Pierpaolo Piccioli apre una nuova fase per il marchio.

Chanel, Giambattista Valli
Due assenze pesanti hanno marcato il calendario:
Dior non ha sfilato a Parigi perché aveva già presentato la collezione Resort con alcuni capi couture a Roma a giugno, in una serata dal sapore cinematografico che ha anche segnato l’addio ufficiale di Maria Grazia Chiuri alla maison, lasciando il passo al nuovo direttore creativo Jonathan Anderson.
Valentino, ora sotto la direzione creativa di Alessandro Michele, ha annunciato che le sue sfilate haute couture si terranno solo una volta l’anno, a gennaio. Un cambio di rotta che punta sulla rarità, sull’attesa, sulla sacralità dell’evento.
Parigi, ancora una volta, ha mostrato che l’Alta Moda non è solo una questione di abiti. È un linguaggio visivo, un esercizio di memoria, e soprattutto una forma d’arte che resiste, evolve e — ogni tanto — sussurra.




